Vierge Moderne di Edith Sodergran (1892 – 1923)
Io non sono una donna. Sono una essenza neutra.
Sono un bimbo, un paggio e una decisione ardita,
sono un raggio ridente di sole scarlatto…
Io sono una rete per tutti i pesci voraci,
sono un calice a onore di tutte le donne,
sono un passo verso il caso e la rovina,
sono un salto nella libertà e nel sé…
Io sono un sussurro del sangue nell’orecchio dell’uomo,
sono una febbre dell’anima, della carne voglia e rifiuto,
sono una targa d’ingresso a nuovi paradisi.
Io sono una fiamma, che cerca vivace,
sono un’acqua, fonda, ma audace fino al ginocchio,
sono fuoco e acqua in rapporto leale, e senza condizioni…
Da “La luna e altre poesie”, a cura di Daniela Marcheschi, Via del Vento edizioni, Pistoia.



Il romanzo Ulysses fu pubblicato il giorno del compleanno di James Joyce, il 2 febbraio 1922 (era nato nel 1882 a Dublino) e celebrava il giorno 16 giugno, data del primo appuntamento con l’amata Nora Barnacle.
ULYSSES, Shakespeare & Company, Parigi, 1922
CHAPTER I
Stately, plump Buck Mulligan came from the stairhead, bearing a bowl of lather on which a mirror and a razor lay crossed. A yellow dressinggown, ungirdled, was sustained gently behind him on the mild morning air. He held the bowl aloft and intoned:
—Introibo ad altare Dei.
Halted, he peered down the dark winding stairs and called out coarsely:
—Come up, Kinch! Come up, you fearful jesuit!
Solemnly he came forward and mounted the round gunrest. He faced about and blessed gravely thrice the tower, the surrounding land and the awaking mountains. Then, catching sight of Stephen Dedalus, he bent towards him and made rapid crosses in the air, gurgling in his throat and shaking his head. Stephen Dedalus, displeased and sleepy, leaned his arms on the top of the staircase and looked coldly at the shaking gurgling face that blessed him…
Da Ulisse di James Joyce, Mondadori, Milano, 1987 – Traduzione di Giulio de Angelis
CAPITOLO I
Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli era sorretta delicatamente sul dietro dalla mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
-Introibo ad altare dei.
Fermatosi, scrutò la buia scala a chiocciola e chiamò berciando:
-Vieni su, Kinch. Vieni su, pauroso gesuita.
Maestosamente avanzò e ascese la rotonda piazzuola di tiro. Fece dietrofront e con gravità benedisse tre volte la torre, la campagna circostante e i monti che si destavano.
Poi, avvedutosi di Stephen Dedalus, si chinò verso di lui e tracciò rapide croci nell’aria, gorgogliando di gola e tentennando il capo. Stephen Dedalus, contrariato e sonnolento, appoggiò i gomiti sul sommo della scala e guardò con freddezza la tentennante gorgogliante faccia che lo benediceva…
Da Ulisse di James Joyce, Newton Compton Editore, Roma, 2012 – Traduzione di Enrico Terrinoni
CAPITOLO I
Statuario, il pingue Buck Mulligan spuntò in cima alle scale, con in mano una ciotola di schiuma su cui giacevano in croce uno specchio e un rasoio. La vestaglia gialla, slacciata, era lievemente sostenuta alle sue spalle dall’aria delicata del mattino. Alzò la ciotola al cielo e intonò:
-Introibo ad altare dei.
Immobile scrutava dall’alto la buia scala a chiocciola, e sgraziato strillò:
-Vieni su, Kinch. Vieni su, spaurito gesuita.
Solenne avanzava montando sulla tonda piazzola di tiro. Con un dietrofront, benedisse severo tre volte la torre, la terra circostante e le montagne appena sveglie. Poi, accorgendosi di Stephen Dedalus, a lui si chinò e prese a disegnare veloci croci nell’aria, gorgogliando di gola e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, contrariato e in preda al sonno, poggiò le braccia sulla sommità delle scale, e gelido squadrò quella faccia gorgogliante che scuotendosi lo benediceva…
Questi racconti ci immergono in una dimensione
narrativa avvolgente, misteriosa ed elegante,
ricca di suggestioni, attenta al particolare, discretamente
cosparsa di sapienza di vita.
Che si tratti di caffè, vino, liquori, acqua o
cioccolata, le storie e i personaggi si materializzano
subito sotto i nostri occhi e perfino gli
altri nostri sensi vengono sollecitati quasi a
suggerirci che in questa nostra società “liquida”
la parole di una bella scrittura possono offrirci
una visione della realtà che ci coinvolge nel
profondo, fino a giungere a quel nucleo esistenziale
che è la parte più vera di noi. (dalla Quarta di Copertina).
GIOVEDÌ 19 GENNAIO 2012
Su Liquida di Carla Cirillo
Faraeditore, Euro 11,00
recensione di Monia Gaita, poetessa*
È una scrittrice raffinata Carla Cirillo, capace di coadunare nelle proprie sistematiche e sorvegliate considerazioni, l’insanabile coppia opposizionale amore/impossibilità gorghiane dell’amore. In questi deliziosi racconti il tè, il caffè, la cioccolata calda e i liquori non solo consacrano precisi momenti della giornata campiti a colori cangianti e vivaci, ma istituiscono e assicurano una vera e propria scienza infallibile della liquidità naturale e sensibile. Agognando di cogliere il diàpason della totalità del reale, la narratrice supera la propria agnosìa visiva, acustica e tattile di certezze, affidandosi all’aroma sfrontato, cannoso, ambiguo, erbaceo e terrigno delle bevande assaporate, illudendosi o convincendosi forse, che ingerirle le consenta di accedere ad incidenze di soave leggerezza mai sperimentate (v. pag. 19): “Bevve il nuovo caffè. L’amaro della buccia d’arancia si impose su quello dell’arabica diffondendosi rapidissimo sul palato e nel naso. Se l’intento della nuova bevanda era quello di ricordare un agrumeto, era andato a buon fine. Per alcuni istanti il giardino si riempì di arance ai suoi occhi: alberi grondanti di arance piene e mature, arance in ceste sui tavoli, un pavimento di arance sulla ghiaia del giardino e un cielo bombato di arance.” Così, se il tè sa: “Di buono, di bosco, (v. pag. 9) come se si potesse bere un tratto di bosco, alberi e terra filtrata compresi” la pratica di gustarlo in ogni stagione, si abbina ad un sottile, diafano piacere iterativo, come un drappeggiato abito corporeo e mentale alla bellezza che non muore (v. pag. 12): “Magari mille altre cose ci abbandonano, persone e volti che si perdono, ma qualcosa resta. Una abitudine buona. Un modo per inanellare i giorni, altrimenti persi come un filo di perle che una donna portava intorno al collo e che una sera si ruppe, lanciando in terra una cascata di palline bianche.”
Talete di Mileto, filosofo della “physis”, sostenne che il principio originario di tutte le cose fosse l’acqua; qui l’elemento scorrevole include allegoricamente la simmetrìa e dissimmetrìa dei sentimenti umani, effondendo dalle righe il desiderio di comporne e distenderne dissìdi e incongruenze, rendendoli fiumali, invariabili accordi senza fine. Ma il libro è anche un invito, contro i vasi incrinati della felicità, a dissetarci alla gestuazione rituale della semplicità del quotidiano, incollandoci alla magìa del lento osservare, del calmo sorseggiare, quasi a risolvere lo scollamento profondo tra interno ed esterno. È anche questo, credo, il tentativo di ricomposizione dell’essere che Carla Cirillo coltiva, unitamente a quello di una compiuta compenetrazione col Tutto.
“Vorrei bere questa donna liquefatta nella mia tazza” – dice il protagonista del racconto a pag. 36 – benché il sistema iconico acquattato e formulato nel messaggio traduca, condensandolo, il suo e il nostro sogno di integrarci con ciò che ci circonda, deglutendo differenze, distanze, contenuti e complessità.
*Falsomagro, Guida Editore, Napoli, 2008
Moniaspina, Arca Felice Edizioni, Salerno, 2010
JOSIPH BRODSKIJ
(Leningrado, 24 maggio 1940 – New York, 28 gennaio 1996)
La poesia è uno degli aspetti della psiche riversati nel linguaggio. Non è tanto che la poesia sia una forma d’arte: piuttosto l’arte è una forma cui ricorre spesso la poesia.
…Il poeta è un democratico nato, e non solo grazie alla precarietà della sua posizione, bensì poiché provvede al nutrimento dell’intera nazione e ne adopera il linguaggio. Lo stesso fa la tragedia: da qui la loro affinità.
Da “Il canto del pendolo”, Adelphi, Milano, 1987
Porgete ascolto, o voi compagni d’arme,
fratelli e nemici! non per la mia
gloria, nell’età della radio e del cinema,
quel che ho creato, io ho creato, ma
per la parola materna, il mio linguaggio.
Da ‘1972’ in “Fermata nel deserto”, Mondadori, Milano, 1987
Più di ogni altra arte la poesia è una forma di educazione sentimentale.
Da “Il canto del pendolo”.
Perché restano di ogni grande fede
Soltanto sacre reliquie, di regola.
Giudica tu la forza dell’amore,
se trasformo le cose che hai toccato
in reliquie, te viva. E questi modi
non mostrano grandezza nel cantore,
ma il segno in lui di una grande potenza.
Da ‘ADIEU, MADEMOISELLE VERONIQUE’ in “Fermata nel deserto”.
Forse l’arte è semplicemente la reazione di un organismo di fronte alle proprie limitate possibilità ritentive…
Da “Fondamenta degli incurabili”, Adelphi, Milano, 1991
In poesia, come in qualsiasi altra forma di discorso, il destinatario non è meno importante del parlante…
Da ‘IL CANTO DEL PENDOLO’
SONETTO
Peccato che per te la mia esistenza
diventata non sia quello che invece
per me la tua esistenza è diventata.
…Dal mio deserto vecchio un’altra volta
lancio in un cosmo di filo spinato
un mio soldino stemmato, tentando
di celebrare disperatamente
un momento d’accordo…Chi non sa
sostituire il mondo con se stesso,
gira il disco sbrecciato del telefono,
come fa il medium con il tavolino,
in cerca di un fantasma che risponda,
facendo eco agli ultimi lamenti
di una sirena in corsa nella notte.
Da “Fermata nel deserto”.
La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine.
Da “NINNANANNA DI CAPE CODE” in ‘POESIE’, Adelphi, Milano, 1986
Rivista pubblicata dall’ASSOCIAZIONE CUTURALE DUE FIUMI – www.duefiumi.org
Premessa: Carla Cirillo cronometra alla grande le sue domande, le sue incursioni alla quotidianità, il suo scavare costante nel proprio io per estrapolarne certezze, proiezioni di luce, iridiscenze scritturali, gioiose e sofferte matasse culturali dagli intrecci che si trasformano via via ma che hanno, sempre e comunque, un respiro unitario, personalizzante.Questo si riscontra sia nella poesia che nella narrativa: nell’un caso e nell’altro fuoriesce una pulizia espressiva di prim’ordine che fa il pari con il battito rapido e suadente dell’attesa, della coerenza e di un sentire vivace ogni pulsione del cuore raccolta a cavallo tra l’essere e l’alfabeto policromo della realtà. Basterebbe rileggere la motivazione con cui la giuria del Concorso Nazionale Letterario “Garcia Lorca” del 2009 che le ha assegnato il primo premio ex-aequo per il libro di poesia “Le nuvole non sono bianche” (Ed. Campanotto, 2009), per renderci conto della valenza della sua parola poetica: “Questa raccolta si potrebbe fantasticamente definire una galleria d’arte, una mostra itinerante, un’antologia artistica, letteraria e di cultura generale”. Come a dire che Carla Cirillo ha colpito nuovamente nel segno, come in precedenza aveva fatto con il libro di racconti “Le mitomani favolose“ (Ed. Guida, 2006) e con la silloge poetica “Foco all’arma” (Ed. Campanotto, 2008).Il poeta abita nelle sue proprie parole. Paul Celan
“Spiccò un salto dal portone, si sentiva trascinato con forza verso l’acqua al di là della carreggiata. Teneva già stretto il parapetto, come un affamato il suo cibo. Lo superò volteggiando, da quel ginnasta eccellente che era stato negli anni di giovinezza, per l’orgoglio dei suoi genitori. Si teneva ancora ma le presa delle mani andava indebolendosi tra le sbarre del parapetto…gridò sommessamente: “Cari genitori, eppure io vi ho sempre amati”, e si lasciò cadere giù”.
Franz Kafka, da “La condanna”1
Se a “genitori”, con un atto di violenta commozione, sostituiamo Dio o mondo o uomini, potremmo forse sostenere una verità profonda ma sostanzialmente indimostrabile: sentirci “vicini”, attraverso il tempo e gli eventi, a Paul Celan nella sua più intima verità di persona e di poeta. Vicini come gli angeli “impotenti” del film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders che sanno ogni cosa, assistono agli eventi ma non possono intaccare la libertà degli atti umani. Magari possiamo accostarci alle ragioni sconcertanti di un suicida e al modo di rinunciare alla vita, forse persino “intuire” una sofferenza inumana, perchè appunto non è più dicibile – “Come l’impiccagione la morte per annegamento deriva dall’asfissia. Si tratta di togliere l’aria e il respiro. Ma nell’annegamento c’è il motivo del ritorno all’acqua, alla realtà-simbolo della nascita”2.
Immagino che, lanciatosi nelle acque primaverili del fiume, Paul Celan, abbracciando la Senna, non fece rumore. Solo un tonfo sommesso, un suono sordo che non avrebbe fatto voltare nessun passante, se c’era qualcuno a camminare lungo il ponte Mirabeau a Parigi la sera del 20 aprile del 1970.
Così decise di morire un grande testimone delle rovine dei cieli e della sconfitta della concordia umana (concretata nelle grandi guerre e nelle persecuzioni naziste), fatto oggetto di accuse – in qualità di poeta (relativamente a fonti e ispirazioni) – a cui non volle (e non avrebbe potuto) rassegnarsi. Una immagine, il verso di T. S. Eliot ne ‘La Terra Desolata’: “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”, mi suggerisce la mia idea della sua idea di poesia. E con la lingua spezzata ma celebrante, la poesia continua a specchiarsi tra i versi di Celan, rimarginandosi. Ai primi di maggio del 1970 il corpo del poeta fu ritrovato in una chiusa.
Attendi paziente a riva. L’annegato ti salverà.
Paul Celan3
Death by water 4
Phebas the Phoenician, a fortnight dead,
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell
And the profit and loss.
A current under sea
Picked his bones in whispers. As he rose and fell
He passed the stages of his age and youth
Entering the whirlpool.
Gentle or Jew
O you who turn the wheel and look to windward,
Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.
Morte per acqua
Phlebas il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,
E il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in mormorii. Affiorando e affondando
Riattraversò gli anni di maturità e fanciullezza
Procedendo nel vortice.
Gentile o Giudeo
O tu che ruoti il timone e guardi sopravvento,
Considera Phebas, che un tempo fu bello e alto come te.
Un pensiero commosso anche per gli anonimi bambini, le donne e gli uomini morti in naufragi mentre, innocenti, tentavano la fuga dai propri paesi in guerra.
1,2 F. Kafka, La condanna, Quodlibet, 2008, traduzione e commento di Barnaba Maj
3 da Paul Celan, Microliti, Zandonai, 2010
4 da “The Waste Land” di T. S. Eliot.
I classificato Ruggine e altri racconti di Carla Cirillo
Derrida ha scritto qualcosa di particolarmente interessante a proposito delle date, delle date e del tempo in Schibboleth (dedicato a Paul Celan). Ci ricorda che “una parola è sempre datata” e che inutilmente – ammesso che io lo abbia decifrato -, il ricordo, espresso in qualunque forma, ripropone ancora il “soltanto una volta” (lo ha detto egregiamente anche Rilke). Ma qualcosa si reitera, nonostante una precisa data. Febbraio 1996. Giorno 11. Come in un’eco, Amelia Rosselli decise di morire, come nello stesso giorno, nel 1963 aveva deciso di fare Sylvia Plath.
Ogni donna risponde ancora segretamente a Freud: “Che cosa vuole una donna?” Alcune donne, meravigliosamente, hanno detto a voce alta soprattutto che cosa è una donna, nella propria difficilissima, bruciante ma pacata singolarità.
AMELIA ROSSELLI
Se nella notte sorgeva un dubbio su dell’essenza del mio
cristianesimo, esso svaniva con la lacrima della canzonetta
del bar vicino. Se dalla notte sorgeva il dubbio dello
emisfero cangiante e sproporzionato, allora richiedevo
aiuto. Se nell’inferno delle ore notturne richiamo a me
gli angioli e le protettrici che salpavano per sponde
molto più dirette delle mie, se dalle lacrime che sgorgavano
diramavo missili e pedate inconsce agli amici che mal
tenevano le loro parti di soldati amorosi, se dalle finezze
del mio spirito nascevano battaglie e contraddizioni, -
allora moriva in me la noia, scombinava l’allegria il mio
malanno insoddisfatto; continuava l’aria fine e le canzoni
attorno attorno svolgevano attività febbrili, cantonate
disperse, ultime lacrime di cristo che non si muoveva per
sì picciol cosa, piccola parte della notte nella mia prigionia.
…………………………………………………………………………………….
Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
figura io decisi di combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la canzone più bella della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree del
bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.
da Variazioni (1960-61).







